Un sabato mattina di poco tempo fa, in un appartamento al secondo piano senza ascensore nella prima periferia di Bologna, c’è una coppia attempata ma pimpante che constata per la prima volta da un anno e mezzo a questa parte, che lo stato di salute delle gemelle che hanno vivacemente completato la famiglia esattamente 19 mesi fa, non è il medesimo all’unisono, e nello specifico: la piccola Vittoria è sana come un pesce, mentre sua sorella Ginevra, ha il naso gocciolante e l’occhietto liquido. L’evento che per il calcolo delle probabilità veniva dato come improbabile si è infine verificato.
La coppia si consulta. Non crede di potere affrontare un sabato mattina chiusa in casa ad assistere all’incessante litigare delle bambine, sottoposta alla costante sollecitazione di un pianto intermittente, torturata dalle grida di aiuto che ogni tre per due le bimbe lanciano senza soluzione di continuità e del tutto ignara della portata della decisione che sta per prendere, si accorda per una soluzione mai adottata prima d’ora: la temporanea separazione della famiglia.
Il papà che è tipo dinamico e ricco d’iniziativa si recherà con Vittoria al parco giochi, la mamma invece leggermente meno incline a compiere sforzi fisici, decide di stare a casa con Ginevra alternando la pulizia del nasino tappato, alle necessarie faccende domestiche.
Non appena l’uscio si chiude dietro al padre e Vittoria, e la mamma e Ginevra restano sole, la casa, luogo di produzione industriale di rumori tale da rischiare il reato di inquinamento acustico, improvvisamente si acquieta: un silenzio inconsueto si impossessa di quelle mura ed è subito pace.
Mamma e Ginevra passano la mattina in uno stato di assoluta serenità: la mamma svolge le sue faccende domestiche e Ginevra docile, la segue trotterellandole al fianco; la mamma stende la biancheria in lavanderia, mentre Ginevra gioca con le mollette da bucato; la mamma rassetta le stanze delle sorelle maggiori e la bimba le fa compagnia, seduta sul tappeto, giocando pacifica con un pupazzo; infine la mamma pulisce i fagiolini per la cena, con la bimba accanto sulla seggiolina Ikea Urban: tutte e due tacciono consapevolmente, per non interrompere quel magico momento.
Poi a rompere l’idillio del silenzio perfetto, il trillo del telefonino:
«Toh è papà» dice la mamma.
«Cara ti ho chiamata per dirti una cosa che ha dell’incredibile: Vittoria oggi sembra imbalsamata: non ha fatto neanche un capriccio, nessuna protesta, non sembra più lei. Che si stia per ammalare?».
«Uhm.. sai che anche qui succede lo stesso? Ginevra da quando siete usciti, mi sta pacificamente attaccata alla gonna senza fiatare, è il caso di verificare se ci sia un allineamento degli astri particolare oppure…. Sai che mi sta venendo un’idea? Quando tornate a casa, te ne parlo».
Finalmente dopo diciannove mesi, l’idea che molti potrebbero definire lapalissiana, mi aveva infine illuminato; quel sabato per la nostra famiglia sarà d’ora in poi chiamato: “il sabato della scoperta dell’acqua calda”: la banale constatazione che i fratelli gemelli vadano fisicamente separati per offrirgli esperienze diverse, quante più volte sia possibile.
A parte limitare i motivi di conflitto, a parte che è necessario per loro poter instaurare rapporti univoci e personali con ciascuno dei genitori, a parte che è abbastanza ovvio come principio, che sommando l’energia di due bambine il risultato è a dir poco esplosivo, a parte tutto questo, non è difficile immaginare che per crescere in maniera equilibrata i gemelli abbiano bisogno di non considerarsi un’entità unica e inscindibile.
Come chiunque altro, tendono ad innervosirsi ad avere la stessa persona sempre appiccicata addosso.
E’ un principio che vale per tutte le coppie ovviamente, non solo per i gemelli, ma io guarda caso, proprio non ci avevo ancora pensato!










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